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Ti amai nell’ora sospesa del crepuscolo,
quando il cielo, morente, sanguina sulle rose.
Ti amai nel silenzio che precede la fine,
nel fremito dell’anima che sa di non potere.
Tu eri promessa e condanna,
respiro e veleno,
la fragile illusione di una salvezza
che il destino rideva nel negarmi.
Ti vidi nascere nei sogni,
come una stella che non osa il cielo;
ti persi nella realtà —
che ha sempre fame d’innocenza e distruzione.
L’amore nostro non fiorì:
fu bocciolo d’inverno,
fu febbre che consuma e non consola.
Un giardino spoglio di maggio,
un calice d’oro colmo di cenere.
Ora la mia anima vaga,
cinta d’oblio e profumo di morte,
cercando tra le ombre la tua voce smarrita,
il tuo volto dissolto nell’etere dei ricordi.
Oh, se tu sapessi —
quanto piange la mia notte!
Ogni sogno è un rosario d’addii,
ogni respiro un sussurro del tuo nome.
Tu, amore mai nato,
sei divenuta eternità nel mio dolore.
Ti ho perduta come si perde una fede,
come si spegne un altare dimenticato.
E tuttavia vivi in me,
come un languore sacro,
come un peccato dolcissimo
che non osa redenzione.
Così trascorro,
tra rose appassite e libri chiusi,
mentre l’ombra dell’amore che non fu
si posa su di me come una benedizione nera.
E nell’ora estrema,
quando l’alba disseterà i morti,
io saprò —
che nessun paradiso può consolarmi
dell’inferno di averti perduta.